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Miniere dell'Argento Vivo descrizione (2)

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  Altre notizie sulle Miniere di Levigliani

Le miniere di cinabro e mercurio di Levigliani si trovano in località Riseccoli, sulla sinistra idrografica del Canale del Bosco-Canale delle Volte, in vicinanza del paese e della strada provinciale d’Arni. Un analogo e minore giacimento è localizzato nella medesima valle, più a occidente, presso Arcaja vicino Cansoli.
La loro origine è incerta anche se antica. Un primo riferimento si trova già in un atto del Comune di Pisa del 1153 o 1163. Verso il 1470, iniziarono lavori di estrazione di “minio” o cinabro, utile alla fabbricazione di pigmenti per le miniature dei codici manoscritti, per iniziativa di Gino Capponi, Seniore della Città di Firenze. L’impresa non ebbe l’esito sperato, visto che gli operai vendevano nottetempo il materiale estratto al di là del vicino confine di Stato.
Nel 1717, Cosimo III de’ Medici inviò a Levigliani lo scultore di pietre dure, Giuseppe Antonio Torricelli alla ricerca dei preziosi pigmenti minerali, ancora con lo scopo di fare imprimere i libri ecclesiastici e soprattutto i corali nella sua stamperia granducale. In tale occasione, fu costruito un edificio per la triturazione del minerale lungo il torrente Petriolo ed una casa per i minatori in Levigliani.
L’anno successivo, il “privilegio di far cavare il minio” fu assegnato ai “Ministri” della stessa stamperia granducale, Tartini e Franchi. Sotto la loro direzione, furono aperte tre nuove gallerie nei pressi delle estrazioni medievali, di cui due producevano cinabro ed una terza, detta Cavetta, mercurio metallico. L’impresa si concluse sul finire del 1720.
La storia delle miniere di Levigliani è tutta un susseguirsi di tentativi e di repentini abbandoni, vuoi per l’imperizia dei conduttori, vuoi per l’insufficienza del minerale ottenuto. Ci provarono invano, nel periodo 1760-67, imprenditori e compagnie fiorentine, costrette in poco tempo a lasciare l’attività poiché la produzione raggiungeva appena le due libre di mercurio al giorno.
Nell’età della rivoluzione industriale si riaccese l’interesse verso queste miniere, soprattutto su iniziativa e capitali stranieri. A partire dal 1834, la riattivazione fu possibile per l’intervento del colonnello Morel de Beauvine, a cui subentrò il principe Carlo Ponyatowscki dieci anni dopo. I terreni, che “racchiudevano i due preziosi minerali”, furono concessi dalla Comunione dei Beni Comuni di Levigliani. Nel corso di questi anni, si proseguì nello sviluppo delle gallerie minerarie e si costruì un vicino opificio, con macchine per la frantumazione e lavaggio del minerale, con annesso forno fusorio.
Alla metà del secolo XIX, le miniere erano ancora attive sotto la ditta Rogerius et socii, malgrado la forte concorrenza dei giacimenti dell’Amiata, sebbene entrati in attività soltanto da qualche anno.
Il miraggio di una possibile fortuna estrattiva si legge nel nome della principale galleria di Levigliani, detta appunto La Speranza. Dietro questa illusione sono corsi altri imprenditori ed imprese, per buona parte del Novecento. Ad un ennesimo tentativo infruttuoso nel 1921, seguì l’intervento della ditta Motosi di La Spezia, nel secondo dopoguerra, parallelamente alla ripresa dei lavori alle miniere di cinabro di Ripa di Seravezza.
L’eclisse mineraria stava ormai per sopraggiungere, quando nel 1959 la Società Anonima Miniere Alta Versilia rilevò una languente impresa estrattiva che proseguì, con sovvenzioni e lunghi periodi di inattività, fino al 1970.

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Anche se non hanno mai raggiunto un’autosufficienza produttiva, le miniere di Levigliani hanno da sempre risvegliato l’interesse dei ricercatori e dei collezionisti, per la presenza di rarità mineralogiche. Nel XVIII sec. – in pieno periodo fisiocratico – i geologi Giovanni Arduino e Rinaldo Argenstein hanno visitato le diverse gallerie e studiato le “vene di cinabro e mercurio”, con l’interesse estrattivo, ma pure con la curiosità scientifica di scoprire nuovi ed utili minerali. Nello stesso periodo, il naturalista Giovanni Targioni Tozzetti ha raccolto un curioso aneddoto legato all’attività mineraria di Levigliani: “una volta, scoppiando una mina, colò tanto mercurio e seguitò a colare per quasi sei minuti che i minatori, non avendo tanti vasi per raccoglierlo, ne ammezzarono anche due cappelli”.
Proprio la presenza di Mercurio nativo è una delle particolarità di questo giacimento minerario. Il minerale – detto in antico “argento vivo” per il colore e la mobilità – si rinviene sotto forma di goccioline sferiche, grigio-metalliche, fino a 3-4 millimetri di diametro, all'interno delle vene di quarzo, che percorrono le filladi paleozoiche.
Inoltre sono qui presenti minerali rari, se non proprio esclusivi. Ne sono un esempio la "Leviglianite", varietà zincifera della Metacinnabarite, che si presenta in cristalli molto piccoli e poco appariscenti, lucenti neri oppure in masserelle scure in associazione in ankerite. Vi è poi la Grumiplucite, minerale rarissimo, noto al mondo esclusivamente a Levigliani, dove compare in piccoli cristalli prismatici, striati secondo l'allungamento, impiantati su cinabro, su sfalerite mercurifera o flottanti in gocce di mercurio nativo.

(testo di Antonio Bartelletti)

   


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