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Ante et post Lunam. II 
Reimpiego e ripresa estrattiva dei marmi apuani - l'evo medio
Marina di Carrara, 4 giugno 2005

 


documenti in consultazione:

Sintesi degli interventi 
Atti del Convegno
Fotogallery



 


Il Convegno di studi "Ante et post Lunam: reimpiego e ripresa estrattiva dei marmi apuani - II - L'evo medio" -  tenutosi all'interno della XXVI  edizione della manifestazione fieristica "Carraramarmotec" -  ha rappresentato un ulteriore importante contributo alla conoscenza del patrimonio archeominerario delle Alpi Apuane, con l'obiettivo di contribuire all'istituzione del "Parco archeologico delle Alpi Apuane".
 


Introduzione del secondo Convegno

Secondo atto di “Ante et post Lunam”, il convegno a cadenza biennale dedicato alla storia del marmo apuano. L’evento del 2005, all’interno di CarraraMarmotec, ha dato modomodo a studiosi e ricercatori di ricostruire il difficile intreccio di vicende legate al reimpiego e alla ripresa estrattiva nei bacini apuani e nelle vicine città nel corso del Medioevo.
Ancor prima del Mille, le rovine di edifici d’età imperiale e i depositi abbandonati sono i primi luoghi di sfruttamento della “luxuriosa materia” accumulata dalla civiltà romana. Dall’XI-XII secolo l’interesse si rivolge direttamente agli agri marmiferi, a Carrara e in Versilia, riproponendo tecniche e competenze dimenticate e forse conservate a fatica in qualche luogo del Mediterraneo. Il basso Medioevo vede poi il fiorire di botteghe artigiane, mentre le cave apuane si pongono al vertice di una filiera produttiva che assicura il rinascimento delle arti e dell’industria.
Il Convegno si è tenuto sabato 4 giugno, alle ore 9.30 presso la Sala Convegni principale del Complesso fieristico di Marina di Carrara. Il programma ha visto gli interventi di eminenti figure della “marmologia storica” italiana, tra cui Marco Franzini, Giovanna Tedeschi Grisanti, Tiziano Mannoni, Patrizio Pensabene, Caterina Rapetti.
 


Presentazione del secondo Convegno "Luci e ombre dell'archeologia apuana"

Questo secondo appuntamento dei Convegni di “Ante et post Lunam” – dedicato al “Reimpiego e alla ripresa estrattiva” nel Medioevo – cade in un periodo di alterne fortune per l’archeologia dei marmi apuani. Da un lato persiste ancora l’incertezza sull’avvio delParco archeologico’, che non riesce ad ottenere la firma del decreto istitutivo, dopo anni di paziente ricerca di consenso e lavoro istruttorio. Dall’altro lato stanno per concretizzarsi i primi interventi di conservazione e valorizzazione sul territorio, che si accompagnano ad una serie fortunata di scoperte archeologiche, a conferma di presenze e testimonianze significative.
Riguardo all’annosa questione del Parco archeologico delle Alpi Apuane’, l’ultimo atto del Ministro dell’Ambiente, in risposta ad una specifica interpellanza dell’On. Elena Cordoni (e di altri 34 cofirmatari), data il 15 dicembre 2004 e motiva la mancata emanazione del decreto istitutivo con la necessità di “
un’opportuna chiarificazione normativa e procedurale”, dato che – a parere dell’On. Altero Matteoli – non esisterebbero norme per introdurre organismi di gestione provvisoria e sarebbe impossibile concludere l’iter costitutivo del Consorzio del Parco nei tempi previsti dalle norme transitorie.
In tutta onestà le motivazione addotte ci risultano deboli e per niente sostanziali, anche perché i Parchi archeominerari e geominerari ‘gemelli’ della Sardegna, dell’Amiata e delle Colline metallifere grossetane – scaturiti dal medesimo art. 114 della L. n.  388 del 23 dicembre 2000 – sono stati lo stesso istituiti e ricevono i contributi annuali per il loro funzionamento.
Le Apuane sono dunque rimaste da sole al palo, ma non per questo è venuto meno l’impegno a conservare e valorizzare – per quanto possibile e con le risorse a disposizione –  “
gli antichi siti di escavazione e i beni di rilevante testimonianza storica, culturale e ambientale connessi con l’attività estrattiva”, limitatamente a quella porzione di territorio apuano che appartiene al ‘Parco naturale’ e alla sua area contigua.
In attesa del decreto istitutivo del ‘Parco archeologico’ la normativa regionale e i finanziamenti comunitari consentono lo stesso di concretizzare iniziative di tutela e di valorizzazione. Non a caso, nel prossimo mese di luglio, verrà aperta al pubblico l’area archeomineraria delle Cave di bardiglio della Cappella (Comune di Seravezza) e a dicembre è prevista l’inaugurazione di una sezione museale, dedicata alla storia della produzione lapidea, presso la “Foresteria del Parco” a Levigliani di Stazzema.
In attesa del decreto istitutivo, l’Ente Parco ha deciso di “
elevare comunque a sistema e collegare a rete” tutte le iniziative di valenza storica, culturale e ambientale che, in questi anni di grande sforzo di pianificazione e di gestione territoriale, sono state poste in essere per introdurre e agevolare il ‘Parco archeologico’. Le aree espositive e i recuperi ambientali di siti estrattivi sono stati ricondotti all’interno di unSistema museale associativo di archeologia mineraria’ che, al momento e nostro malgrado, sostituisce la più ambiziosa ipotesi di ‘Parco archeologico delle Alpi Apuane’.
La via possibile di una tutela e valorizzazione che parte dal basso, con le istituzioni territoriali attive, in accordo con le strutture ministeriali periferiche, è un modello che, gioco forza, si sta imponendo anche nelle zone extra-giurisdizione dell’Ente Parco. Valga qui l’esempio qualificante del Comune di Carrara e, in particolare, del suo ‘Ufficio Marmo’, che assicura una presenza ricorrente sui cantieri estrattivi, da cui il recupero e la conservazione presso il civico ‘Museo del Marmo’ di numerosi reperti e materiali archeologici residuati dall’impresa estrattiva romana. Il risultato si deve, quasi del tutto, al positivo rapporto di collaborazione tra enti e, soprattutto, tra funzionari partecipativi, tra i quali è doveroso citare la Dott.ssa Emanuela Paribeni della Soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana e il Dott. Antonino Criscuolo del Comune di Carrara. A dire il vero, sulla stampa locale e su riviste specializzate sono comparsi altri nomi, accreditatisi o ritenuti responsabili, in positivo, di questi interventi di conservazione, benché il loro ruolo effettivo, nelle ultime vicende, sia paragonabile, più o meno, alla  “mosca cocchiera” della famosa fiaba di Fedro.

Di recente, proprio i bacini e i ‘ravaneti’ di Carrara hanno restituito ulteriori notae lapicidinarum, riferibili sia all’età del possesso coloniale delle cave, sia al successivo periodo dell’impresa estrattiva imperiale. Il numero in stampa di Acta Apuana contiene un articolo che documenta gli ultimi rinvenimenti, tra i quali di particolare interesse è un’iscrizione su roccia, con valore di pittacium, o comunque di delimitazione dell’area di concessione estrattiva, in cui forse i due antichi operatori di cava, ricordati nella nota, hanno voluto lasciare un’invocazione gaudente a Bacco: Liber utriusque laetitia.
Ancora da Carrara arriva, in anteprima mondiale, la notizia della prima sperimentazione, in ambito archeologico, di un nuovo metodo di cronologia assoluta, basato sugli isotopi cosmogenici e qui applicato ad una superficie di taglio di cava romana, rimasta esposta fino ad oggi. La ricerca è stata condotta in collaborazione con un’università statunitense dell’Indiana e ha preso a riferimento il Cloro-36, già utilizzato in geomorfologia per datare i depositi glaciali. Nel nostro caso, si è ottenuto il risultato eccezionale di 2000 ± 80 anni di età per il sito estrattivo romano di Fossacava. L’inizio della sperimentazione è più che promettente, anche se il metodo attende nuove conferme ed opportune tarature per la scala dei tempi storici.
La carrellata di notizie di scoperte e rinvenimenti utili per l’archeologia apuana, non poteva tralasciare i quattro ‘cippi a clava’ venuti da poco alla luce a Pietrasanta, in circostanze del tutto particolari che qui è prematuro dire.
Il Corpus versiliese di queste prime produzioni marmoree – databili al VI-V sec. a. C. – raggiunge così il numero significativo di 19 esemplari (considerando pure le forme ‘emisferiche’). Una doverosa anticipazione d’analisi archeometrica conferma la presenza di affini caratteristiche petrografico-microstrutturali tra gli ultimi reperti e il gruppo complessivo rinvenuto a suo tempo in vari luoghi della Versilia, trovando corrispondenze in situ con il vicinissimo bacino marmifero di Ceràgiola (Comuni di Pietrasanta e Seravezza).
Quest’ultimo risultato va ancora sicuramente a vantaggio di quanti – Maggiani, Bonamici, Paribeni e Mannoni in primo luogo – si sono da sempre espressi per un’origine estrattiva preromana e locale delle
acheronticae columellae e segna nel contempo un punto a sfavore per altri, che continuano a negare questa evidenza luminosa dei fatti, un po’ per accademica supponenza, un po’ per riottoso municipalismo. Gli “eburnei dissenzienti” sono stati ripetutamente invitati al confronto delle idee e dei fatti, senza mai ottenere il minimo segno di disponibilità e di cortese riscontro.
L’Ente Parco ha offerto e continua ad offrire lo spazio e la tribuna di “
Ante et post Lunam” anche a chi la pensa in maniera differente, poiché è consapevole che il valore dell’iniziativa stia soprattutto nella coralità e nella pluralità degli interventi proposti, nell’assenza di interessi di parte o di bottega, considerando il fenomeno “marmo” nella sua complessità storico-culturale ed economico-sociale, che abbraccia più epoche e più luoghi, senza preferirne alcuno.

Antonio Bartelletti

Direttore Parco Regionale delle Alpi Apuane
 


Presentazione degli Atti del secondo Convegno
(Marina di Carrara, 2 giugno 2007)

L’opera, ricca di illustrazioni e di contributi originali, è stata curata da Antonio Bartelletti e Alessia Amorfini come numero monografico di Acta apuana, la rivista scientifica del Parco Regionale delle Alpi Apuane. Questo volume, di oltre 128 pagine e 8 tavole a colori, ha dato modo a diversi studiosi e ricercatori di ricostruire il difficile intreccio delle vicende storiche legate al reimpiego del marmo in diverse città italiane e alla ripresa estrattiva nei bacini apuani nel corso del Medioevo.
La storia ricorda che, già avanti il Mille, le rovine di edifici d’età imperiale e i depositi abbandonati sono stati i primi luoghi di sfruttamento del marmo: la “luxuriosa materia” accumulata dalla civiltà romana. Dall’XI-XII secolo, l’attività di reperimento della materia prima si è rivolta direttamente agli agri marmiferi, a Carrara e in Versilia, riproponendo tecniche e competenze dimenticate e forse conservate a fatica in qualche luogo del Mediterraneo. Il basso Medioevo ha visto poi il fiorire di botteghe artigiane, mentre le cave apuane si sono poste al vertice di una filiera produttiva che assicurava il rinascimento delle arti e dell’industria.
Tra le novità e gli argomenti di rilievo del volume si segnala, per l’Alto Medioevo, il reimpiego di marmi apuani, forse provenienti dalla spoliazione dei monumenti di Luni, nell’Abbazia di S. Caprasio di Aulla. Altri contributi hanno poi verificato, in base ai lapidei utilizzati in edifici religiosi della Toscana nord-occidentale, come la ripresa estrattiva nelle cave di Carrara e della Versilia sia da riferirsi alla prima metà del XII secolo. Per il tardo Medioevo poi, diversi articoli documentano l’intensità di traffici che, soprattutto per mare, conducevano ingenti quantità di marmo delle Alpi Apuane verso Genova, Pisa e altre città italiane.
La presentazione del volume e la sua distribuzione gratuita agli intervenuti, sono fissate per sabato 2 giugno, alle ore 15.00 presso la Sala Convegni principale del Complesso fieristico di Marina di Carrara. Il compito di illustrare criticamente gli Atti di Ante et post Lunam, è affidato alla prof.ssa Franca Leverotti, docente di storia medievale all’Università di Milano-Bicocca.
Le iniziative di “Ante et post Lunam” – convegni e pubblicazioni compresi – hanno come obiettivo principale l’apporto di contributi conoscitivi e di stimoli al progetto di “Parco archeologico delle Alpi Apuane” che, previsto dalla L. n. 388 del 2000, non ha ancora visto concludere il proprio iter istitutivo per ragioni incomprensibili. Nonostante interventi autorevoli prefigurino un futuro per il marmo apuano sempre più legato ai propri valori storico-culturali e alla fruizione turistica dei luoghi della produzione, si rileva un ritardo irrazionale sull’unico vero progetto esistente e capace di elevare a sistema di conservazione e valorizzazione i siti e i beni lasciati da una bimillenaria attività di lavorazione del marmo, a Carrara e dintorni.


 


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