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itinerari di archeologia mineraria 
Le Molinette
(Le Mulina di Stazzema)

 


Lungo il Canale della Radice

Ecco due esempi per come possa essere avvertito un luogo del territorio di Stazzema a molti sconosciuto, che si sviluppa lungo il Canale della Radice, da Le Mulina verso Farnocchia. Le parole salite dal cuore provano a trasmettere le emozioni che si possono provare a visitarlo.  Gli scritti sono di Giuseppe Vezzoni, impegnato da alcuni lustri a sensibilizzare la valorizzazione del sito archeominerario delle Molinette, e del giovane Giacomo Mencarini, che ha conosciuto per la prima volta il posto durante la visita guidata del 15 marzo 2008 e che si è sentito spinto a manifestare le sue emozioni con un testo di delicato sentimento.

 

Le Molinette nel cuore

La borgata di Calcaferro è una preziosa custodia della storica antropizzazione avvenuta nel territorio di Stazzema, specificatamente per le attività degli ex Polverifici Riuniti dell’Alta Versilia di E. Bertellotti & Deri F.lli Pocai e le escavazioni minerarie effettuate nelle innumerevoli gallerie aperte su entrambi versanti del Canale della Radice. Oltrepassata la piccola galleria scavata nella roccia, soglia naturale che introduce nel tempo che fu, si entra nel silenzio dell’area delle Molinette. Splendido e immerso nell’ombra sempiterna appare il secolare flettere di pietra del ponticello medievale di Zinebra. Parlano gli occhi degli astanti, che restano muti ad ammirarlo. La memoria d’altri tempi ne viene risvegliata. Un’aura di fiume fruscia tra le piante di bosso radicatesi negli interstizi delle pietre del piccolo ponte. Nello scavo vivo del monte l’acqua è schiuma di latte appena munto. Rumoreggia sotto l’arco di pietra. Regna il silenzio nella minuta valle della Radice; è così profondo da apparire una punizione. Dal fiume par giungere l’eco di voci lontane di taglialegna, carbonari, minatori, tremori di tramogge e di pale di mulini, di fischi dei carrelli delle teleferiche che sorvolavano un tempo l’aria rugginosa del posto. Dalle pietre tufacee delle testate d’angolo dei manufatti il segno inequivocabile di essere nel cuore di passi antichi, la certezza che il tempo qui fu ed è storia. Il ponticello è testimonianza lontana di un oprare che riaffiora sorprendentemente vicino. Dal giaciglio del corredo genetico, la sinapsi della cellula trasmette la scossa emozionale alla memoria che riemerge dal sonno. Sovviene un lungo il brivido nel constatare l’abbandono in cui è stata lasciata un’industriosità umana nata su un declivio ardito, nascosto nel fitto dei castagneti, che solo il fumo dei metati riusciva un tempo ad individuare l’isolata fessura del Canale della Radice. Di quest’antropizzazione è stata quasi fatta perdere ogni traccia. Un disegno cieco di depauperazione. Il disfacimento come prova che nulla nel luogo era stato creato. Invece la testimonianza è tuttora presente: sofferta, ma resiste. C’è ancora del margine per soddisfare chi vuole tornare a riscoprire l’acqua come rivelazione della vita, a toccare con mano la radice del fiume che la roccia partorisce. Salire alla sorgente delle Molinette supera il concetto di un percorso nella natura alla scoperta di un sito archeo-minerario. Più che mai salirvi adesso è rendere omaggio al conflitto locale che ha impedito che l’acqua divenisse lucro privato. È il messaggio contro la sua mercificazione. L’area delle Molinette è divenuta luogo simbolico per riaffermare che l’acqua è un bene comune, che non può essere privatizzata. L’indubbia bellezza selvaggia del posto rivaleggia con le rovine industriali della polveriera. Si entra in un gioco di rimandi, in cui un passato di lavoro è convissuto con la natura. È latente quel senso di sfida negli intrecciarsi dei manufatti, seguire quel filo d’Arianna che introduce dentro un’epoca. C’è ancora abbastanza memoria tra le mura squarciate e sotto la disfatta dei tetti. Forte è l’emozione che genera la visione di un patrimonio antropico di una storica polveriera in via di distruzione. La fine di essa iniziò con la deflagrazione avvenuta il 27 dicembre 1938. Morirono il Narcisio, la Cesira e la Sara. Anche allora morti bianche sul lavoro. Un boato tremendo fece tremare la valle del Torrente Mulina. Con la disgrazia, la storia della fabbrica di esplodenti iniziata quasi un secolo e mezzo prima volse alla fine. Salire alle Molinette è constatare la malora cui è stato destinato uno scrigno che conservava un lascito considerevole di edifici e di macchinari di archeologia industriale: un passato di pane quotidiano e di manodopera femminile. Per la donna di queste severe e anguste vallate animate dall’acqua, i miccifici, i polverifici e le miniere hanno significato un’opportunità di impiego, seppure duro, pericoloso e sacrificale, per incrementare l’economia famigliare e per non restare rassegnate a sferruzzare sulle soglie delle case, attendendo all’imbrunire il rincasare dal lavoro dei mariti e dei figli. I miccifici dislocati nel fondovalle della borgata di Culerchio, i casotti dei polverifici diseminati in quell’ombra fitta e avvolgente che preclude alla luce di penetrarvi anche quando è allo zenit, le stesse miniere, con le mense per i minatori e la frantumazione del materiale da caricare sui carrelli trasportatori, furono opportunità di occupazione alternativa al marmo. Per la donna la possibilità di staccarsi dallo stereotipo che la voleva relegata alle faccende domestiche e al governar le bestie, la possibilità di essere meno condizionata e subordinata all’uomo nell’economia famigliare. Il sentiero che sale il versante sinistro del Canale della Radice porta ad incontrare queste considerazioni, mentre l’acqua che sgorga limpida a pura dalla sorgente nord ancora si nega al rendez-vous tra l’uomo e l’elemento della vita. Si sente, in alto, nel de profundis che rischia di franare addosso, la sua sinfonia misurata tra le felci, gli alberi contornati dai versi degli uccelli. Lassù, a 380 metri sul livello medio del mare, la roccia libera il getto d’acqua purissima delle Molinette nell’epifania di una natura che consente di intravedere, tra i castagni saliti a cercare la luce in quel cielo ristretto nell’interfaccia angusto dei versanti, squarci delle montagne velate da una grata di verde. Da che remoto viscere di monte, da quale purificatore rene sotterraneo l'acqua prorompa non è dato di sapere, ma alla scaturigine si avverte il flusso della radice della vita, se ne comprende la sua preziosità che ne fa bene insostituibile e irrinunciabile. Quell’acqua fino a poco più di mezzo secolo addietro era anche forza movente di braccia e leve di ferro, di ruote, di congegni in cui l’antitesi del legno e del ferro trovò la formidabile ingegnosità di un assemblaggio che oggi è assunto a simbolo di un mondo sparito. Di esso è pressoché impossibile individuare a Stazzema un altrove di pari ricchezza testimoniale e con una così elevata capacità di sintesi per dimostrare cosa veramente sia l’archeologia industriale: il comune divenire dell’uomo e della tecnica. Dell’acqua se ne segue il docile e preciso suo fluire guidato a riversarsi nelle buchette distribuite lungo l’ingegnoso reticolo idraulico che serviva la fabbrica. Una canalizzazione mirabilmente congegnata dall’umana creazione, su un terreno difficile da assoggettare per la conduzione idraulica dell’acqua utilizzata come forza motrice per un insediamento industriale. Tracimante dalle canalizzazioni sverzate dall’incuria, l’acqua si ascolta scrosciare in basso, in quel suo oggi scomposto riversarsi e disperdersi per l’acclive terreno, alla ricongiunzione con lo scorrere del canale che va al mare. Ogni sorgente è incontro di vita, ma alle Molinette la percezione si amplifica. Il luogo introduce il concetto del lavoro, dello sviluppo, del miglioramento dell’esistenza che per un segmento di tempo è stato possibile svilupparvi prima che l’oblio si riprendesse tale ingegno. Nella visita al cuore segreto di Calcaferro si conclama dunque l’incredibile dimenticanza culturale avvenuta. È una lama conficcata nel petto quel consenso all’abbandono: così efficace nel risultato, da sembrare impartito da un despota. Un’abiura lasciata perpetrare fino al limite della rastremazione della custodia di un passato di lavoro e di vita di uomini e donne, non solo di miniere, di fabbriche di esplosivi, di miccia, di polvere da caccia. Nel groviglio di una vegetazione degenerata fra le strutture della fabbrica di esplodenti s’intravede ancora un barlume di speranza per salvare quanto ancora rimane. L’apocalisse dei rovi che si alzano come baldorie a lambire le cime degli alberi e a nascondere ogni cosa, le edere che alla stregua di boa constrictor avvinghiano gli enormi castagni per stramazzarli  in ogni dove della polveriera e l’infestazione arborea che ha devastato l’ingegnoso manufatto di idraulica con cui dal fiotto purissimo della roccia s’incanalava l’acqua a movimentare le enormi ruote dei mulini e a trasmettere il moto per mezzo di trasmissioni meccaniche al funzionamento dei macchinari dell’insediamento industriale non deve rappresentare la presa d’atto di un disfacimento irreversibile, il rendersi conto senza fare niente. Il rischio è che quell’acqua divenga merce e cessi di essere la radice del fiume e della vita. Salire alle Molinette è allontanare questo spettro latente e non vinto.

Giuseppe Vezzoni (Stazzema)

 



La sorgente delle Molinette 



Il ponticello di Zinebra 



Opifici del Canale della Radice



Interno di un opificio



La miniera dell'acquamarina



antico ingresso di miniera del ferro




 

Per non tornare a vuoto sui propri passi

Una galleria scavata nella roccia è la porta al sito delle Molinette. Entrati, colpisce l'improvviso schiudersi del rumore d'acqua che scorre, lo scrosciar continuo del torrente di montagna... E ci si chiede dove vada a finire, che prima non lo sentivamo. Si sale per un breve tratto di strada asfaltata, ed eccoci immersi nel passato; curioso, che ci si debba voltare indietro, lo sguardo in alto, per trovar tracce di presente (qualche casa abitata su per il versante destro del colle). Il passato che ci attende non è dunque lontano, né remoto nel tempo, giacché si parla di una realtà sopravvissuta fin oltre la seconda guerra mondiale. Un succedersi di ruderi di edifici, pale di mulino scheletrite, botti e svariati marchingegni. Ad unirli, una trama di ingranaggi in un ordito di canalizzazioni. Perché linfa vitale di quest'area è l'acqua. Unita all'ingegno umano, è lei l'ingrediente principale di questo contesto di archeologia industriale e natura insieme. È lei che ha potuto alimentare le attività che qui si svolgevano, lei che ne ha involontariamente ridotto le tracce nell'alluvione di pochi anni or sono, spazzando via ponti e brandelli di edifici; lei che nutre le felci e i rampicanti che infestano i muri di pietra o cemento delle costruzioni nell'umore che trasuda dalle pareti. È lei la sorgente contesa. È lei che quando aumenta il suo scorrere dirottando entro una miniera di ferro, una ferita nella terra, si tinge di rosso. E non è un caso, forse, che anche lei stia scemando, linfa di una vita che va scomparendo; come ormai accade in molte parti del mondo, dove diminuisce l'acqua che scorre, ed aumenta quella che giace. Svaniscono le testimonianze di un passato che è storia e patrimonio, si perde la memoria, ed intanto cala pure la portata di queste sorgenti. L'antico sito delle Molinette è un polverificio ed un miccificio che è andato in fumo, per così dire; ma è ancora qualcosa da salvare, e c'è chi l'ha capito. Eppur non basta; non bastano gli animi intraprendenti che per questa zona provano affetto e combattono affinché riemerga dai rovi, prima che l'ultimo mulino scompaia, e non si possa nemmeno più dire: Quant'acqua è passata sotto questi mulini! Ci sono sentieri da riportare alla luce, e non è difficile immaginarsi un bel percorso ad anello che faccia tappa anche alle miniere di ferro sparse qua e là; ci sono macchinari da salvaguardare, restaurare, alcuni unici, ultimi esemplari in zona; c'è un'opera di ingegneria idraulica geniale quanto gentile nella sua potenza; c'è un fascino innegabile a cui non si può rinunciare per incuria o indifferenza. E così invito i curiosi ad andare, magari accompagnati dai pionieri di questa riscoperta, ma invito anche a non restare soltanto a bocca aperta, né a muoverla per dire “ma la comunità europea...ma i fondi qua...i fondi là...ma non si potrebbe chiedere...”. Perché i soldi sono necessari soprattutto a chi non si vuol sporcar le mani. Se veramente ci tenete, rimboccatevi le maniche!, armati di sega, falcetto e quant'altro; e tutti insieme, volta dopo volta, potremo fare una passeggiata più lunga...più lunga...fino a poter ritrovare  la galleria scavata nella roccia senza esser mai tornati sui propri passi.

Giacomo Mencarini (Viareggio)

 



 



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